"San Benedetto e Santa Scolastica", dalle parole di Gregorio Magno alle immagini del M°  Veròla
gen132023

Il dipinto del M° Francesco Veròla, esposto all'interno dell'Aula Capitolare dell'Abbazia farfense su commissione del Priore Dom Eugenio Gargiulo, raffigura "San Benedetto e Santa Scolastica" che il pittore ha ripreso dai Dialoghi (II 33, 2-17) di Gregorio Magno. Così le parole scritte in un tempo lontano (tra il 593-594) hanno accompagnato l'esecuzione dell'opera che mette in risalto il dialogo d'amore tra il Santo - la cui "Regola" ancor oggi accompagna la vita della comunità monastica farfense -  e la sorella Scolastica la cui santità si riflette nella delicata e al contempo dirompente bellezza del volto. Un dialogo ancor più forte perché voluto da Dio che è amore e che Gregorio Magno ricorda nei suoi "Dialoghi".

LA COMPOSIZIONE PITTORICA

"La composizione ha un sapore quasi scenografico – scrive il M° Veròla -. Il Santo è raffigurato di profilo e reca a tracolla una rudimentale sacca entro la quale i monaci riponevano la croce, un libro di preghiere e una frugale colazione. Con la mano destra San Benedetto indica il cielo burrascoso mentre S. Scolastica, avendo interrotti la lettura della Sacra Scrittura, con un morbido cenno, invita il fratello a rimanere tutta la notte nel suo sito a causa dell'imperversare del cattivo tempo. La luce del camino acceso inonda la stanza di un vago bagliore che si fonde con quello flebile della candela che arde nella bugia. Un puttino, in ginocchio ai piedi di Santa Scolastica, reca un cartiglio con la scritta Illa plus potuit quae amplius amavit ("potè di più colei che amò di più). Nella chiave dell'arco incastonata tra due foglie di acànto figura l'antica Abbazia di Farfa, mentre in basso sulla cornice dipinta in trompe l'oeil si notano i tre simboli della passione di Cristo: 1) i chiodi, 2) la croce, 3) la corona di spine".
 
FONTE STORICA

Nei Dialoghi (II 33, 2-17) di Gregorio Magno leggiamo:

« (…)devo raccontarti come anche il grande Padre Benedetto volle qualcosa con non potè ottenere. La sua sorella di nome Scolastica consacrata al Signore onnipotente fin dalla più tenera età, soleva fargli visita una volta all'anno. L'uomo di Dio scendeva ad incontrarla in una dipendenza del monastero, non molto lontano dalla porta. Un giorno, dunque, come di consueto ella venne, e il suo venerabile fratello, accompagnato da alcuni discepoli, scese da lei. Trascorsero l'intera giornata nella lode divina e in colloqui spirituali, e quando ormai stava per calare l'oscurità della notte, presero cibo insieme. Sedevano ancora a mensa conversando di cose sante, e ormai s'era fatto tardi, quando la monaca sua sorella lo supplicò dicendo: "Ti prego, non lasciarmi questa notte; rimaniamo fino al mattino a parlare delle gioie della vita celeste". Ma egli le rispose: "Che dici mai, sorella? Non posso assolutamente trattenermi fuori dal monastero". Il cielo era di uno splendido sereno: non vi si scorgeva neppure una nuvola. Udito il rifiuto del fratello, la monaca pose sulla mensa le mani intrecciando le dita e reclinò il capo su di esse per invocare il Signore onnipotente. 

Quando rialzò la testa, si scatenarono tuoni e lampi così violenti e vi fu un tale scroscio di pioggia, che né il venerabile Benedetto, né i fratelli che erano con lui poterono metter piede fuori della casa in cui si trovavano. La vergine consacrata, reclinando il capo sulle mani, aveva sparso sulla mensa un tale fiume di lacrime da volgere in pioggia, con esse, il sereno del cielo. E la pioggia torrenziale non seguì di qualche tempo la sua preghiera, ma fu ad essa simultanea, a tal punto che mentre ancora la donna alzava il capo dalla tavola, già scoppiava il tuono; tutto avvenne nel medesimo istante: col sollevare del capo la pioggia cominciò a scrosciare. L'uomo di dio, vendendo che in mezzo a tali lampi, tuoni e tanta inondazione d'acqua non poteva affatto ritornare al monastero, cominciò a rammaricarsene e, rattristato, le disse: "Dio onnipotente ti perdoni, sorella. Che hai fatto?". Ma ella rispose "Vedi, io ti ho pregato, e tu non hai voluto ascoltarmi. Ho pregato il mio Signore, ed egli mi ha esaudita. Ora esci, se puoi; lasciami pure e torna al monastero. 

Ma egli, non potendo uscire dal coperto, fu costretto a rimanere suo malgrado là dove non aveva voluto fermarsi di sua spontanea volontà. Passarono così tutta la notte vegliando e saziandosi reciprocamente di sante conversazioni concernenti la vita dello spirito. Per questo ti avevo detto che vi fu qualcosa che l'uomo di Dio, pur volendolo, non poté ottenere. Se infatti consideriamo la sua intenzione, appare in tutta evidenza il suo desiderio che il cielo si mantenesse sereno come quando era sceso dal suo monastero. Ma contrariamente a quanto desiderava, egli si trovò davanti a un miracolo operato per la potenza di Dio dal cuore ardente di una donna. E non c'è da meravigliarsi se in quell'occasione poté di più la sorella, che desiderava trattenersi più a lungo con lui. Secondo la parola di Giovanni, infatti, Dio è amore (1Gv 4, 16); per giustissimo giudizio, dunque, poté di più colei che amò di più»
 

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