D. Giuseppe Nardin e il rinnovamento della vita monastica

01/02/2010 | D. Giuseppe Nardin e il rinnovamento della vita monastica

D. Giuseppe Nardin e il rinnovamento della vita monastica

D. Giuseppe Nardin e il rinnovamento della vita monastica
a vent’anni dalla scomparsa del carismatico Abate di S. Paolo (1990-2010)

Nota biografica

Originario di Faver in Trentino, classe 1931, secondogenito di dieci fratelli, Giuseppe (Saverio) Nardin era entrato a sedici anni nell’Ordine benedettino cassinese presso l’Abbazia di san Pietro a Perugia, dopo una breve parentesi, ancora adolescente insieme al fratello maggiore (morto alla vigilia dell’ordinazione), presso la Congregazione di Gesù Sacerdote, fondata a Trento da padre Venturini. Nel 1952 la professione religiosa, quattro anni dopo l’ordinazione sacerdotale. Studia teologia al Collegio S. Anselmo di Roma e nel 1961 discute la tesi di dottorato su “Il movimento d’unione tra i Religiosi a partire dal magistero di Pio XII e realizzazioni attuali”. Il suo servizio alla Congregazione continuerà per oltre venticinque anni, come collaboratore dei cardinali Valeri, Mayer e Pironio. Contemporaneamente, già presso l’Abbazia di San Paolo Fuori le Mura, dà vita all’Istituto per operatori familiari, un corso di studi per formare persone appositamente preparate per l’ampio settore della famiglia così da assumere un servizio all’interno della pastorale familiare che in quegli anni stava prendendo consistenza ad opera di alcuni pastori lungimiranti, come il vescovo di Trento, Alessandro Maria Gottardi che istituirà un Ufficio di Pastorale Famiglia ancora nel 1978 con specifico delegato.
Nel 1980 viene nominato Abate (allora Ordinario) dell’Abbazia di San Paolo, successore di D. Giuseppe Turbessi. Per sette anni partecipa di diritto alle Assemblee della CEI e relative commissioni e - fatto non così frequente - non solo a quella per i religiosi, ma anche famiglia e carità. Gli vengono anche affidati frequenti incarichi nella zona di Roma, ad esempio per il conferimento della Confermazione.
Un anno dopo, a conclusione del XV centenario benedettino, fonda, presso l’Abbazia di San Paolo, la Fraternità Monastica Missionaria, una comunità di persone singole e/o consacrate e di famiglie che hanno come punto di riferimento la comunità della prima Chiesa di Gerusalemme (At. 2,4) sulla traccia della Regola del Santo da Norcia.
Costituisce i Gruppi San Benedetto per l’accoglienza di ragazzi a rischio da indirizzare, poi, eventualmente verso strutture pubbliche specializzate, tipo centri per il recupero dei drogati. Si adopera per la messa in opera dei Consultori pubblici nell’area romana e per una sensibilizzazione sulla necessità di diverse forme di assistenza familiare istituisce il Segretariato Assistenza Famiglie.
Insieme al pastore valdese Renzo Bertalot rende la Basilica di San Paolo - già sede degli Incontri Ecumenici Paolini - un luogo per incontri di preghiera e dialogo ecumenici e un centro di diffusione delle traduzioni interconfessionali della Bibbia in lingua corrente, frutto del lavoro dell’Alleanza Biblica Universale, della quale fu per anni fedele collaboratore. In questo ambito diede anche avvio all’esperienza dei Vespri ecumenici internazionali al martedì sera in Basilica.
Collabora con la Caritas Italiana e nel 1986 entra nel Consiglio nazionale con l’incarico sul versante famiglia.
Nel 1987 rassegna le dimissioni da abate ufficialmente per motivi di salute, e, pur restando legato all’Abbazia di San Paolo, che era stata la sua casa per oltre vent’anni, intensifica lavoro e soste in altre sedi, tra cui il servizio pastorale presso la parrocchia di Maccarese-Fiumicino dove si era trasferita la Fraternità Monastica.
Libero dagli impegni precedenti, continua senza sosta il lavoro alla Caritas accettando volentieri le richieste di conferenze e interventi che gli giungono da molte diocesi italiane come pure corsi di esercizi spirituali per diverse comunità religiose. Frequenti le soste presso il Monastero di Santa Scolastica di Civitella San Paolo per incontri sulla Regola o meditazioni sulla Parola aperti anche a oblati e amici.
Un anno dopo le avvisaglie di un cancro che annienterà inesorabilmente il suo fisico fino alla morte all’alba di domenica 4 febbraio 1990.



Profilo spirituale

Ricordava il card. Paul Augustin Mayer, ad un anno dalla scomparsa, come Nardin una volta avesse scandalizzato non pochi religiosi per aver risposto senza esitazioni ad una domanda. “Qual è il ruolo della vita religiosa oggi?”. “Formare persone felici e soddisfatte” la risposta immediata, distante anni luce dalla sensibilità di molti ascoltatori. Eppure Nardin, aveva semplicemente sedimentato con gioia lo spirito di san Benedetto, che un giorno era stato come folgorato da quel versetto del salmo 33: “C’è un uomo che vuole la vita e desidera giorni felici?”. L’entrata in monastero e la vita del monaco erano state per entrambi una scala verso la felicità e la realizzazione di sé.
Una scala di ascesi, una via diretta verso Dio da percorrere con forza e decisione come afferma la Regola al cap.73, ma nello stesso tempo una vita spesa a servizio del prossimo:

“Occorrono attenzione alle circostanze, visione concreta e attenta dei segni dei tempi: ecco la fedeltà alla tradizione - una grande tradizione che ha fatto la storia - unita al necessario rinnovamento per essere efficaci anche oggi che abbiamo tra le mani la grande lezione del Concilio”.
Con questa frase l’Abate Nardin sintetizzava quella che era stata la ricerca di tutta la sua vita - ricerca rispondente pienamente alla tensione verso un necessario rinnovamento che agitava in quegli anni (e agita ancora) il mondo religioso e monastico. In questa ricerca di un rinnovamento, come era inevitabile, vi sono state a volte avventuristiche fughe in avanti, come anche, per reazione, resistenze e chiusure. Ma D. Giuseppe Nardin ha saputo cogliere l’indicazione offerta da tutti gli ultimi sommi pontefici, che hanno ripetutamente invitato i monaci a rendere partecipi delle ricchezze spirituali e umane della loro tradizione gli altri membri del popolo di Dio. E l’Abate Nardin ha individuato profeticamente che l’ambito in cui, in modo privilegiato, poteva e doveva avvenire questa comunicazione - che del resto non sarebbe stata affatto a senso unico - era la famiglia.
A questo proposito è bene riportare le sue stesse parole.

La vita religiosa… ha come <norma fondamentale e regola suprema di seguire Cristo come viene proposto dal Vangelo> (Perfectae caritatis, 2a), cioè <vergine, povero e obbediente fino alla morte> sempre in comunità con i discepoli (Mc 3,13s).
Ma questa vita <carismatica e comunitaria> che ha le sue radici nel Battesimo di cui dimostra le potenzialità e la tendenza escatologica, deve tornare a vantaggio della Chiesa, di coloro che nel Popolo di Dio hanno altri carismi e, precisamente, di coloro che costituiscono la parte preponderante e che vivono il carisma e i conseguenti doveri della famiglia.
Ogni carisma e ogni vocazione è complementare alle altre. Anzi, in Maria il carisma verginale è in funzione di servizio materno dal quale la verginità non viene diminuita, ma consacrata.
Nella vocazione religiosa, la vita religiosa rivela ai fratelli le esigenze radicali del loro Battesimo e li aiuta a viverle in un mondo dove i valori sessuali, economici e di permissivismo rischiano di essere sempre esaltati a oltranza e di pervertire la fede. <Attraverso una più intima consacrazione a Dio, fatta nella Chiesa, la vita religiosa rende manifesta e significa chiaramente la natura intima della vocazione cristiana> (Ad Gentes, 18).
Una vicinanza alla famiglia da parte dei Religiosi agevola l’acquisizione di questa segnalazione tipica del carisma religioso. Come pure arricchirebbe i Religiosi, essendo la famiglia <scuola di umana perfezione>. Dall’amore concreto degli sposi, l’amore verginale ne acquisterebbe in concretezza e solidità; dall’amore, generoso ed eroico, dei genitori verso i figli (che non hanno tempo di andare in crisi), i Religiosi ne guadagnerebbero (essi che, in molti casi, vanno facilmente in crisi) in stabilità e profondità; dall’armonia familiare le comunità religiose, tante volte ammalate di divisioni anche laceranti, ricaverebbero un risanamento di continua riconciliazione … Occorre - come ha ribadito il Convegno <Evangelizzazione e promozione umana> - che chi ha i carismi non se li conservi, ma li espanda. Il predetto Convegno ha messo in luce che noi Religiosi, sia da parte maschile che femminile, abbiamo perso un po’ l’aggancio con il laicato. Adesso lo si sta recuperando, però in una forma ancora troppo timida.
Il sale non si conserva nella saliera: è destinato a sciogliersi nei vari alimenti. I Religiosi sono destinati, per loro natura, a comunicare quello che di meglio hanno per offrirlo, agganciandosi ai laici: a loro è destinato il nostro carisma, non per essere noi privati del carisma, ma perché siamo portatori di un messaggio che va portato alla sua destinazione.
La destinazione dei carismi del popolo di Dio sono i laici. Facciamo un esempio: il carisma della scuola, dell’educazione è dato certamente a Religiosi che a questo scopo hanno studiato e si preparano, ma se ad un certo punto fanno loro tutto ciò che riguarda i giovani, forse fanno una minima parte, quello che conta nella scuola è che, animando e formando animatori - e gli animatori sono per loro natura i genitori - si comunichi ai genitori la loro ricchezza di valori e i modi appropriati della pedagogia. <Voi siete dunque pedagogiste, per insegnare ai genitori ad essere pedagogisti> si potrebbe dire alle suore impegnate nell’educazione. Se ci fossero dunque dei Salesiani, o Fratelli delle Scuole cristiane che studiassero l’azione educativa e non cercassero in tutti i modi di agganciarsi ai genitori hanno sbagliato il bersaglio: conserverebbero il sale nella saliera. Farebbero qualcosa, ma mancano la destinazione e l’obiettivo fondamentale. Il sale è stato prodotto, ma poi non è stato del tutto utilizzato come voleva il piano del Signore.
Una cosa è certa e il Papa da quando ha iniziato il suo ministero ce lo sta ripetendo in moltissimi modi: i carismi sono destinati a tutta la Chiesa, pur essendo portati da alcuni eletti, dai chiamati ad una particolare vocazione - poiché la vocazione comune nel popolo di Dio è la famiglia - i carismi che noi abbiamo, noi nel celibato o nella verginità, sono destinati alle famiglie. Le forme educative, sociali, pastorali, sanitarie, parrocchiali che già esistono, devono essere rinnovate in modo che acquistino tutte una dimensione familiare, poiché è nella famiglia che nasce l’uomo ed è nella famiglia che egli si forma ai valori genuini e nella famiglia riceve i germi della sua vocazione.
La famiglia possiederà questi valori soltanto se i carismatici, i religiosi e le religiose, avranno coltivato la famiglia. Dalla famiglia rinnovata scaturirà per le generazioni future qualcosa di nuovo e di sano…. La famiglia è il nuovo campo missionario”. (1980, ed Rogate).

(Liberamente tratto da Settimana EDB n. 39/2009)


Si consiglia la lettura di: Giuseppe Nardin (a cura di), Famiglia e società secondo i Padri della Chiesa, ed. Città Nuova; Maria Teresa Pontara, Giuseppe Nardin monaco nella storia - Un benedettino sulla frontiera del rinnovamento , EDB, 2010.


[Foto: Il P. Abate Nardin (a destra) con il Papa Giovanni Paolo II e il P. Abate Presidente D. Desiderio Mastronicola (al centro)]

 

 

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